E’ la prima volta che in questo lavoro ho messo insieme due termini che, tutto sommato, sono diversi fra loro. Così come è la prima volta che questa mia analisi è diretta a una categoria alla quale appartengo che è quella degli architetti. Ma degli architetti si leggerà solo in fine brano.
Aggressione & demonizzazione dunque. Mi spiego subito. Chi, nel corso degli ultimi decenni, ha strumentalmente pensato di interfacciare, per suoi secondi fini, queste due parole, è stato di una bravura diabolica nel senso che ha commesso una delle operazioni più infami e più drammaticamente perfide dei nostri giorni nel campo delle comunicazioni di massa. La storia delle parole ha spesso subito delle violenze dedicate a modificare certi punti di vista degli utilizzatori delle parole stesse, ma mai un’operazione del genere era stata artatamente progettata e messa in essere in maniera così martellante, radicale e così efficace. Tutto quello che ho fin’ora descritto è avvenuto in Italia, con frequenza sempre più martellante, negli ultimi quindici anni. Gli autori di questo meccanismo perverso, che fra poco esporrò, sono gli esponenti politici della destra italiana, a cui si sono accodati molto rapidamente e con altrettanta efficacia tutti coloro i quali hanno espresso il loro voto a destra. In che cosa consiste l’operazione è presto detto. Si individuano delle parole di uso comune appartenenti al normale lessico politico e, utilizzando dei meccanismi estremamente facili e ripetitivi, si riesce nel giro di poco tempo a modificare il significato delle parole destinate ad essere condannate a cambiare di significato e a diventare quindi pericolosissime per coloro i quali fino ad allora le avevano utilizzate in maniera assolutamente innocua e pacifica.
Faccio subito un esempio. Una parola modificata nel suo significato è comizio. Questa parola ha sempre indicato un momento in cui un qualsivoglia esponente politico di qualunque parte politica esponeva in pubblico le tesi della sua parte politica e la propria visione del mondo. Questa esposizione era per lo più rivolta a molte persone, era fatta generalmente all’aperto ed era usata prevalentemente nelle campagne elettorali dell’immediato dopoguerra (seconda Guerra Mondiale), dando luogo a una sorta di psicodramma collettivo dove le proprie idee erano esposte in maniera ora pacata, ora gagliarda, ora a voce bassa, ora a voce alta. In ogni caso era un atto indubbiamente di grande civiltà e di uso comune nella vita pubblica della comunità democratica, comunità democratica dove, vale la pena ricordarlo, ognuno è libero di esporre le proprie idee in pubblico e nel privato. Non fa male qui ricordare che i comizi durante il fascismo erano stati vietati, visto che erano stati cancellati dalla vita pubblica i partiti che erano stati sostituiti dal partito unico che, è bene ricordare, si chiamava partito nazionale fascista. La stessa cosa accadeva in Germania dove il partito unico era il NSDAP, che tutti conosciamo , e cioè il partito nazista tedesco. Un bel giorno di circa una quindicina di anni fa gli esponenti della destra italiana, ogni volta che si trovavano a discutere con i propri avversari politici su qualche problema inerente la collettività, hanno cambiato in blocco strategia nel rintuzzare le affermazioni dell’interlocutore ed hanno iniziato a sovrapporsi sulle parole dell’avversario ripetendo fino alla nausea la frase “ecco che ora stai facendo un comizio”. Questa frase ripetuta ossessivamente ogni volta che l’interlocutore iniziava a parlare ha corroso dalla base il reale significato della parola comizio trasportandolo in un altro significato questa volta con un segno totalmente negativo, modificando quindi il significato di questo termine facendolo passare come un momento nel quale qualsiasi cosa venga detta è falsa, non pertinente, menzognera, ambigua, subdola e pericolosissima per la comunità. Un risultato assolutamente impressionante. Riuscire a cambiare il significato di un termine modificandolo fino al punto da dargli una significazione esattamente contraria è stata indubbiamente un’azione sottile e vincente, e contemporaneamente infame. In questo caso ritengo che l’aggettivo infame sia esatto e quindi lo uso senza nessuna remora. Lo stesso meccanismo aggressivo nei riguardi di un’altra parola è stato utilizzato contro un altro termine anch’esso inizialmente dal nobile significato. Questa volta la parola aggredita e demonizzata è stata politica. La frase utilizzata era, ed è tuttora, “ecco che ora la stai buttando in politica”. Anche questa frase, ripetuta ossessivamente ogni volta che l’interlocutore iniziava a parlare, ha corroso dalla base il reale significato di questo termine trasportandolo in un’altra categoria questa volta con un segno negativo trasportando il significato di questa parola in una zona nella quale, qualsiasi cosa venga detta, è sinonimo di cosa falsa, non pertinente, menzognera, ambigua, subdola e pericolosissima per la comunità. Un altro risultato da portare a casa assolutamente impressionante. Riuscire a cambiare il significato di un termine modificandolo fino al punto da dargli una significazione esattamente contraria è stata indubbiamente un’azione sottile e vincente, e contemporaneamente infame. E anche questa volta sono convinto che l’aggettivo infame sia esatto e quindi lo uso senza nessuna remora. Non è finito però questo massacro volontario del significato originario delle parole. La parola che userò adesso è stata quella che ha offerto il fianco alla più bieca e infame aggressione. Sto parlando del sostantivo ideologia e del suo aggettivo ideologico. Si è iniziato, sempre da parte della destra, a propalare con costanza e pervicacia l’affermazione che le ideologie sono morte. Affermazione assolutamente falsa e spiego immediatamente il perché. L’ideologia è una particolare visione della vita che non è condivisa da tutti, ecco perché ho usato l’aggettivo particolare, è cioè una visione di parte. Fin qui nulla di male. Possiamo ora pensare che ogni persona possa riconoscersi nella visione della vita che altri suoi simili hanno, chessò tutti quelli che lavorano la terra si riconosceranno grosso modo nella maniera di concepire l’esistenza che hanno gli addetti ai lavori nel campo dell’agricoltura, così come tutti quelli che si muovono in un certo tipo di finanza potranno riconoscersi nella maniera di concepire il sistema finanziario che altri che fanno lo stesso mestiere concepiscono e così via. Affermare quindi che le ideologie non esistono più, che le ideologie sono morte, è come affermare che nessuno più ha un progetto per la propria esistenza. E’ evidente che un uomo senza ideologia è come se fosse morto, essendo morta la sua ideologia, la sua maniera cioè di concepire la sua esistenza e quella degli altri che la pensano come lui, fatto assolutamente improbabile. Da questa nefasta operazione modificatoria ne discende immediatamente l’espressione adesso la stai buttando sull’ideologico. Anche in questo caso l’effetto su quanti fra gli ascoltatori non hanno ben chiaro il significato di ideologico e di ideologia, e ce ne sono ahimè in quantità industriali, è devastante e cattura immediatamente l’attenzione del malcapitato spettatore che, non conoscendo il significato esatto di queste parole, suggestionato dal comportamento del ringhioso esponente politico di destra presente nell’eventuale talk show, comincia ad avere nei riguardi delle parole ideologia e ideologico la stessa diffidenza e lo stesso comportamento che tantissimi anni fa due straordinari attori comici come Walter Chiari e Carlo Campanini davano al significato della parola sarchiapone, in un loro celeberrimo duetto.
Il meccanismo, come si vede, è sempre lo stesso, sfruttare la non conoscenza altrui per poter affermare cose prive di senso in favore della propria opinione. La demonizzazione di una parola è dunque operazione facilmente eseguibile e, proprio per questo, in una società civile non dovrebbe essere mai usata. Le parole dovrebbero nascere, invecchiare ed andare a riposarsi nei grandi e sterminati pascoli dell’obsolescenza seguendo esclusivamente il normale corso della vita delle parole stesse. Influenzare questo corso è pratica assolutamente pericolosa, demenziale, infame e ad alto rischio. A questo punto mi si potrebbe chiedere che c’entrano queste considerazioni con l’architetto? C’entrano eccome! Un parola che è purtroppo già entrata suo malgrado nei meccanismi della demonizzazione è la parola architetto. Se vi rivolgete a qualcuno che sta pensando di costruirsi una casa, farsi l’arredamento del proprio negozio, studiare delle soluzioni per la risistemazione di un microambiente urbano e gli dite di rivolgersi chessò ad un ingegnere, ad un geometra, vi sarà risposto in maniera tranquilla: “l’abbiamo già fatto, ci stiamo pensando”, se invece chiedete directly al futuro committente se si è rivolto ad un architetto, la risposta sarà diversa, nel senso che, quanto meno, sarà condita con una puntina di isterìa: “ma sei matto/a? Con gli architetti non si ragiona, sono carissimi e poi vogliono fare i poeti senza chiedere al committente i propri gusti…” ed altre menate del genere. Adesso mi chiedo come mai una risposta così strana? Per quanto mi riguarda l’ho verificata innumerevoli volte qui in Veneto ed in Puglia, essendo io originario di quelle contrade, la risposta è stata sempre la stessa. Se tanto mi dà tanto non riesco a capire perché lo stesso atteggiamento non sia dedicato anche agli ingegneri e ai geometri. Personalmente una risposta ce l’avrei, ma preferisco tenermela per me, non foss’altro che per il mio insano desiderio di leggere, ascoltare le risposte che avrei piacere ricevere dai miei colleghi architetti, e perché no? anche da qualche nostro ordine professionale che non farebbe male ad organizzare un sondaggio sul territorio per appurare il perché di questa anomala nomea del termine architetto.
Franz Falanga
